martedì 14 settembre 2010

Anni 70 - Dalla 3a serie "Affetti": “Due o Tre Angoli di Casa” 1978-79 (in costruzione - under construction)

"Due o tre angoli di casa", installazione oggettuale (part.), 1978-79

"Due o tre angoli di casa", installazione oggettuale (part.), 1978-79
"Due o tre angoli di casa", installazione oggettuale (part.), 1978-79
"Due o tre angoli di casa", installazione oggettuale (part.), 1978-79
"Due o tre angoli di casa", installazione oggettuale (part.), 1978-79
"Due o tre angoli di casa", installazione oggettuale (part.), 1978-79
"Due o tre angoli di casa" (1), 1978-79, fotografia colore su alluminio
"Due o tre angoli di casa" (2), 1978-79, fotografia colore su alluminio

"Due o tre angoli di casa" (3), 1978-79, fotografia colore su alluminio


Testo critico di presentazione
di Rino Mele

Dalla mostra “Due o tre angoli di casa” 

Galleria "Taide Spazio Per"-  Salerno 1981

 Angelo Riviello utilizza la fotografia per un lavoro umile, esibito nel suo valore elementare di riproduzione di una scena. Un angolo di una galleria diventa lo spazio privilegiato per pochi oggetti che rimandano alla casa, all’attività che vi si svolge.
Oggetti che somigliano molto a reperti sopravvissuti ad una catastrofe: un libro, un fiore, un flauto, un giocattolo in legno, un arco rudimentale da utilizzare in un piccolo giardino, qualche altro oggetto da indovinare all’interno di un’attività ludica dimenticata. La galleria è vuota (in questo caso la Taide di Salerno, nota per la sua rivista “Materiali minimi”), bianca e asettica come un laboratorio prima di un esperimento. Solo gli angoli sono occupati fino ad un’altezza di cinquanta centimetri; angoli utilizzati a coppie, simmetricamente. Da una parte la piccola scena del quotidiano, della casa dimenticata o troppo ricordata (la mostra ha per titolo “Due o tre angoli di casa”), dall’altra una fotografia di quella muta rappresentazione riproducono il gioco della memoria, la ricerca di una tridimensionalità perduta, di un vissuto ormai impenetrabile se non attraverso un’immagine, una ricostruzione schiacciata su un foglio, come per un processo di condensazione. “Le noème de la Photographie est simple banal; aucune profondeur: ça  a eté ".  Ma non alla indimenticabile riflessione dell’ultimo Barthes, quanto a Dubuffet fa pensare l’operazione di Riviello : quanto ai suoi "teatri della memoria ".  Un paragone non certo tra Riviello e Dubuffet, ma tra l’area di ricerca dei due. Gli oggetti si allineano nella fotografia dell’uno con l’attenzione-intenzione di ripercorrere i meccanismi della memoria come sulla tela dell’altro: la memoria non si lascia prendere all’amo della ricostruzione di sé, se non prosciugata da ogni scoria tridimensionale, da ogni possibilità di ripercorribilità. Ecco che allora diventa comprensibile la doppia collocazione, la simmetria della disposizione degli oggetti e della loro rappresentazione fotografica: è un ricondurre la memoria sui propri passi, un tentativo elementare di ripeterne i procedimenti, i meccanismi.
Ma potremo anche tentare l’interpretazione contraria: dal sogno bidimensionale della fotografia è estratta la composizione nello spazio degli stessi oggetti rappresentati. La memoria, secondo Riviello, avrebbe, allora, un suo labirinto elementare dal quale non sa, né può, uscire. Gli oggetti mostrano la loro morte e la nascondono.
Due rappresentazioni che rimandano l’una all’altra in un circuito che non procede, ma rimanda solo ad altri circuiti speculari simili, in altri angoli della galleria (come in altri angoli della memoria).
“Or, un soir de novembre, peu de temps aprés la mort de ma mère, je rangeai des photos ».

(Rino Mele, Salerno, 1981)

Dalla rivista

Campo - aprile/giugno 1981
6 anno II 1981

"Appunti per una semiologia dell' 'interno'
(soprattutto nella ricerca italiana)
di Enrico Crspolti

"...Riviello costruisce le proprie immagini d'evocazione lirica su una trama, di disposizione quasi narrativa, di rilevamenti semiologici di 'interni' a lui strettamente domestici, attento a tutti quei dati iconici e segnici che restituiscono peculiari spessori antropologici, rispetto ai quali Riviello riconosce una propria intima pertinenza.


Dal libro 
"CRONACHE" 
Attraverso l'arte contemporanea nel Mezzzogiorno
di Massimo Bignardi

Edizioni ASIR, Pontecagnano (SA) - La Buona Stampa S.P.A. Ercolano (NA), 1987

12/II Gli "angoli" di Angelo Riviello

Due o tre "angoli" di casa e forse qualcosa in più. Forse due o tre angoli della memoria, del proprio vissuto, oggi segno che rivive in angol/azioni familiari, riproposti nei bianchi spazi della Galleria. L'autore è Angelo Riviello che ce li propone alla Galleria Taide di Salerno.
Al di là, c'è il fatto formale: il piacere creativo del trompe-l'oeil (le foto degli angoli della sua casa si ripropongono come "reali", giocando alternativamernte con quelle reali): le composizioni, sottili, delicate, in cui i significanti , spesso non evocano i significati.
Per alcuni aspetti molto simili agli assemblage cari al dada berlinese, ove il recupero dell'oggetto, assume il valore di riutilizzo, da parte dell'artista, della scena quotidiana. 
E' anche un momento narrativo (di natura gnoseologica) che da anni è presente nella produzione artistica. Accenni si ritrovano in precedenti opere di Riviello, caratterizzate sostanzialmente da spunti autobiografici. Questa mostra offre anche lo spunto per riparlare della casa, in un periodo in cui tutto sembra sbiadito dagli eventi dello scorso novembre. L'intimità è resa pubblica: i grossi squarci nelle pareti offrono gli interni ancora fermi alla tragedia, con i segni della morte, ancora intatti nel loro aspetto di museo.
Museo della vita, di quella della famiglia, che fu, che è e che sarà. Si leggono le stratificazioni lasciate dalle generazioni: tutto motiva un ricordo, un momento, una persona. La grossa specchiera, ora sospesa nel vuoto delle macerie, troneggia in memoria della casa del farmacista o del professore.
Sono le case del Sud, di quel Sud che oggi è di cronaca e che malauguratamente si ripropone come tale. 
Le opere di Riviello le ripresentano condensate in reliquiari moderni, come proprio passato, su cui fondare la speranza del futuro. 
Riviello non accenna a commenti didascalici: la storia della sua casa (come luogo della memoria) si apre per intera, in percorsi che assumono a volte accenni Kistch, popolari, infantili, emotivi, carichi di quella tensione propria della tradizione. Il risultato: un percorso lungo decine di anni, forse la sua vita, ove riscopriamo una parte di noi. "Mazza e piv'se", " 'a freccia" rinnovano nel fruitore un passato non tanto remoto, oggi coperto dalla fantasia dell'era spaziale. 
La casa è il punto della memoria, antica, silenziosa, stratificata; è il luogo ove ricercare il punto di partenza. La casa è anche il confine dei ricordi, degli affetti, oggi rituali antichi, per altri "miti del passato". 
(Massimo Bignardi, Salerno, 1981)



lunedì 13 settembre 2010

Lettere

Caro Angelo,

mi chiedi di scriverti una lettera  che chiamerò “aperta” perché pubblica, in nome della nostra amicizia e dei nostri comuni ricordi.
Mi chiedi, altresì, del reciproco rapporto con un personaggio storico come Giulio Cesare Capaccio, un rapporto che posso immaginare triangolare per i molti rimandi sia geografici che culturali tra noi e lui.
Questo triangolo per le comuni radici e le frequentazioni discontinue può rimandare, come tu suggerisci nella tua precedente lettera, ad alcuni luoghi precisi come Napoli, Paestum, ecc.. Ma istintivamente a questi luoghi io ne sostituirei altri come: Campagna, Roma, Urbino.

Inizio con Campagna. Nel mio ricordo è la città dove uno spazio diventa un’immensa lavagna grigia, noi due vestiti, con i grembiuli neri  (o forse bianchi) e il nastrino che mutava colore di anno in anno, chinati, inginocchiati e a volte distesi a disegnare con “mozziconi” di gesso in una gara priva di vincitori con l’unico desiderio di scoprire i segreti del disegno; un linguaggio che ancora ci accompagna quotidianamente con servizievole sollecitudine.
Infine, sporchi di gesso, con le mani e i grembiuli imbiancati di “purezza” come uno scriba medioevale dopo le preghiere, abbandonavamo quella lavagna o più esattamente quel “largo” ancora oggi dedicato a Giulio Cesare Capaccio.

A Campagna segue Roma. I vertici del triangolo in questa città sembrano allontanarsi, perché  nei nostri ricordi questo luogo ci parla dei primi studi, dell’incoscienza di vivere, e delle prime conquiste culturali. Sole e pioggia, estati caldi e inverni ventosi, cene “rubate” e mattinate sonnolenti in via dei Serpenti, in seguito in via Crispi, in via Margutta e a Trastevere tutto veniva macinato nell’allegro mulino della gioventù.
Per il terzo vertice del triangolo sono, quelli romani, anni oscuri. Giulio Cesare Capaccio cerca l’attenzione dei potenti: celebrando fasti e pubblicando odi ma con malinconici risultati, restando sostanzialmente ai margini della vita intellettuale della Capitale.
Per lui le estati saranno caldissime e gli inverni freddissimi, forse il “sapere” non sarà stato sufficiente ad alleggerire i primi segni della vecchiaia ed ad allontanare il dolce ricordo di Campagna.

Infine Urbino. La città dove da oltre dieci anni insegno in un Istituto – come tu scrivi – specifico a carattere universitario e/o accademico (e/o mi ricordano molto gli anni sessanta), in questa città-nave che si erge sulle colline mille volte incisa e dipinta nel corso “morbido” del tempo.
La città-nave solca queste colline e nei giorni di neve o di nebbia sembra emergere in un mare bianco e umido, in una posizione perfettamente inversa a Campagna, che invece di innalzarsi, sprofonda, mantenendo, però gli stessi umori che si infiltrano tra le pietre e i mattoni, tra l’acciottolato o i “basoli”.
Forse la stessa sensazione l’avrà provata il più importante campagnese che ha attraversato queste strade, giunto fin qui, chiamato da Francesco Maria II della Rovere con l’incarico di soprastante della Biblioteca Ducale, più attento alla politica e al matrimonio tra Federico Ubaldo e Claudia dei Medici che ai libri.
Come puoi facilmente immaginare l’illustre campagnese non è altro che Giulio Cesare Capaccio.

 Salerno, 15 maggio 2002

 Gelsomino D’Ambrosio



Caro Angelo,

ricordo con chiarezza l’occasione del nostro primo incontro. A metà degli anni settanta, in casa di Angelo Trimarco a Salerno, sul pavimento ricoperto di una moquette grigia disponevi una sequenza di fotografie non molto grandi tutte incorniciate singolarmente, ricordo lo sfondo di un cielo azzurrissimo un piccolo aereo di carta, e la tranquillità incuriosita del Professore e del suo assistente, io stesso.

Da allora sono passati molti anni, e tu sei ricomparso in un mio soggiorno in Costa Amalfitana, dove al ruolo di artista affiancavi progetti di esposizioni a Campagna, la tua città, dove ti adoperavi per rendere meno provinciale la vita. Non posso dire di averti seguito in questi anni. Il mio lavoro e la mia vita hanno spesso spinto l’attenzione a differenti climi culturali e pratiche dell’arte. Da qualche anno sei ritornato a Milano dove attraverso comuni amici hai voluto rintracciarmi, chiedendo spesso una mia opinione sul tuo lavoro.

La mia idea nei tuoi confronti è sempre stata molto distesa. Ti ho consigliato di procedere lungo quel singolare percorso che avevi scelto. A partire da Giordano Bruno continuando per Giulio Romano sino a quel Giulio Cesare Capaccio con cui pare ti incontri per questa mostra. Buona l’idea! Ma migliore ancora quella di esporre in un centro culturale fuori dalle logiche di gallerie milanesi più o meno per bene. La singolarità del tuo lavoro si esprime da sempre fuori da queste logiche. Vuol dire che sei un artista isolato. No, credo che tu sia uno dei tanti artisti che non cede al ricatto del supermercato dell’arte, ma organizza la sua ricerca per un piacere di radicate incertezze nell’universo di una cultura visiva che non dimentica che insieme (e non prima) all’arte convivono letteratura, scienza, visioni e utopie.

Di queste certezze è costruito il tuo lavoro, raro e rarefatto, dove ora a elefanti ed emblemi, motti e striscioni, associ colori e geometrie, infine nomi come quello di Capaccio, quasi a consolarti (e a consolarci) di quella perdita, sofferta e voluta, per quel cielo azzurrissimo che in questa città, senza firmamento e senza paesaggio, continua a mancarci tanto.

Un saluto all’ombra delle idee.

Milano, 18 maggio 2002
  
Antonio d'Avossa                                                





Caro Angelo,

scusami se ti scrivo così tardi rispetto ai vecchi propositi, è inutile dirti che si è impegnati su tanti fronti.
Mi chiedevi di esprimere la mia opinione sul tuo lavoro, immagino passato e presente, poiché ci conosciamo da lunghissima data.
Quando penso a te, mi viene in mente la tua indole buona e pacifica, la tua difficoltà di adattarti ai ritmi coercitivi e a volte violenti della burocrazia di stato nonché alla protervia delle conventicole di ogni specie che sono  di fatto impedimento e ostacolo ad agire e comunicare. Invece si è costretti a tirar fuori le unghie.

Spero che il tuo lavoro proceda. Ricordo la tua ultima mostra a Milano, mi aveva piacevolmente colpito la leggerezza, l'ironia, l'ammirazione che esprimeva, verso quel personaggio che ami.
Ricordo poi con sincera ammirazione, un tuo vecchio lavoro, un video  che registrava una qualunque giornata estiva di un gruppo numeroso di ragazzi della tua terra: è semplicemente meravigliosa la gaiezza il senso di assoluta libertà e autenticità che esprimono giocando. Adesso credo, sarebbe impossibile realizzare qualcosa del genere, non si è più così inibiti, o forse semplicemente è finito il tempo dell'innocenza.
Un lavoro del genere sarebbe piaciuto a Pasolini, non a caso andava a cercare altrove l'innocenza perduta, sconfinando nel tempo e nello spazio. Quel lavoro meriterebbe più fortuna, perchè oltre ad essere una pagina lieve di poesia è anche un documento eccezionale.

Sperando di ricevere presto tue notizie, cordiali saluti

Milano, 19 novembre 2003

Franco Tripodi


1) dalla 2a serie "Affetti" 1976-77(in costruzione)


"In Extremis..." / part. quadro n.9 / 1976 -77
cm.30x40


"In Extremis..." / part. quadro n.9 / 1976 -77
cm. 30x40


"In Extremis (Per un punto e trenta...E' stato sempre uno dei miei sogni)" / 1975-76-77
 Numero 10 immagini di riproduzione fotografica fronte-retro B/N stampa lambda su dibond
cm. 300x40


Nota al lavoro:


Quest’opera della 2^ serie “Affetti”, del 1976/77, rappresenta il passaggio dalla riproduzione fotografica del 1975/76 alla ripresa fotografica con tableau vivant

E' stato sempre uno dei miei "sogni". In famiglia da ragazzino ho assistito ad una vera e propria sfilata di divise: dalla banda musicale, a quelle militari e corpi di polizia, subendone (come si suole dire) in tenera età, il fascino (come avveniva una volta, anche per le donne). Si sa i ragazzini imitano le persone mature, sognano e si augurano presto che il tempo passi per diventare grandi e realizzare i propri desideri. La prima cosa è quella di mettersi a fumare. Almeno così era a cavallo tra gli anni 50 e 60, ai tempi di Carosone e di Modugno, quando da ogni casa si sentiva cantare Volare, Piove, Tu vo fà l’americane e Paul Anka con la canzone Diana.

A parte le divise della mitica "Banda Musicale Città di Campagna" (che veniva chiamata, per le feste patronali, in quasi tutto il Meridione d’Italia), in cui ricordo ancora mio padre mentre suona il basso e mio nonno il clarinetto. Ma più di tutte mi sono rimaste impresse una serie di fotografie di divise militari indossate da alcuni componenti della mia famiglia: mio padre in tenuta di guerra, negli anni 40; un mio zio, fratello di mio padre, maresciallo scelto dell'esercito regio, negli anni 30; il mio primo fratello vicebrigadiere dei carabinieri negli anni 60 (poi congedatosi); il secondo fratello, sottotenente dell'esercito italiano nel servizio militare, sempre negli anni 60. Mi ricordo anche di altre divise che mi sfilavano sotto gli occhi, come quella di un altro zio (acquisito), marito di una sorella di mio padre, ex gerarca sotto il fascismo e poi maresciallo dei vigili urbani nella nascente Repubblica Italiana (dal 1948 in poi) e di un caro amico di famiglia (Tagliaferro), ufficiale dei finanzieri e così via. Era come un morbo. Una scelta ideale di vita per alcuni "per servire la patria", per molti invece, una scelta forzosa (per non dire forzata), per riuscire a trovare un proprio futuro lontano dalla miseria, e spesso, lontano...molto lontano da casa.

Questo è stato il contesto in cui è scaturito uno dei miei sogni: indossare una divisa. E' vero.  Avevo questo sogno, anche quando mi distraevo divertendomi nel disegnare per ore e ore, con un altro sogno, una passione che mi trasmise il mio primo fratello, che poi si arruolò (guarda un pò) nell'arma dei Carabinieri. Disegnavo spesso in continuazione, senza mai fermarmi. Era diventata una mania, da quando in prima elementare, scoprii, che con la penna e la matita, oltre che a scrivere si potesse anche disegnare. Ho disegnato eserciti, uomini in divisa, eroi del Far West, bandiere di vari paesi, gli indiani d'America, ma anche partite di pallone e molti ritratti. Ero condizionato dall'ambiente, e non solo familiare, ma di un'intera collettività, che nel dopoguerra cercava un riscatto sociale, dopo tanta paura, fame, miseria e soprusi vissuti e in molti casi, subiti. L'ambiente però, mi portava anche a conoscere alcuni mestieri che mi affascinavano, come per esempio il falegname e il fornaio. Infatti quando capitavo in una falegnameria, mi piaceva molto l'odore del legno e la manualità dell'artigiano, forse perché mio padre era anche ebanista, come mi piaceva molto l'odore del pane appena sfornato, quando con mia madre, dopo che ci aveva lavorato dalle due di mattina, mi portava a prendere la quantità che le spettava, per il negozio di alimentari: in gran parte, pane da un chilo, ma anche da mezzo chilo e da due chili (le famose “panelle”). Era uno spettacolo, vedere il fornaio e le donne all'opera, con il pane appena sfornato che riempiva di profumo l’intero quartiere, facendo venire l’acquolina in bocca, sul quale si passava un panno umido per consentire di prenderlo con le mani e adagiarlo nelle dovute sporte.

Certo crescendo mi sono reso conto di altre esigenze, e poi la passione per il disegno e per l'arte in genere aumentava sempre più, fino a crearmi una coscienza, e, al di là dell'obbligo allo studio (che io non accettavo) decidere di intraprendere gli studi artistici, per seguire almeno un mio sogno che predominava su tutto. Eppure dovetti combattere con i miei genitori, i quali mi vedevano dottore...avvocato...professore...cavaliere, non per colpa loro, ma per colpa di tutta una politica sbagliata che si consumava ai loro danni e ai nostri danni, che abbiamo rappresentato, e rappresentiamo, la generazione di passaggio (obbligata allo studio, anche senza la vocazione, riempiendo la nazione di "intellettuali" e di nullafacenti “corruttibili”, per dirla con Pasolini), tra una civiltà contadina a quella industriale, in un'Italia, dove ufficialmente si sono raccontate e si raccontano (per me), solo menzogne...dal 1860 ad oggi.

Alla visita militare per il servizio di leva, per fortuna, fui rivedibile e poi riformato. Non subii nessun trauma, come capitava spesso ai miei coetanei che sognavano la divisa, succubi di una cultura militare del "maschio forte". Non perché io mi sentissi "debole", anzi, mi sentii più forte dei forti. Per fortuna non era più un mio sogno, ma se lo fosse stato, in ogni modo mi salvavo "in extremis", appunto. Nel lessico paesano, si diceva "per un punto e trenta": "essere fermati in tempo, o fermarsi in tempo, sul ciglio di un burrone". La mia fu un'immensa gioia.

Questo episodio, ho cercato di sintetizzarlo per un lavoro attraverso un recupero di vecchie fotografie del 1975/76, sfociato poi in un film super 8 nel 1977, con la mia immagine finale di “souvenir” in "tableau vivant" e il certificato di riforma sul retro. Una ripresa realizzata con un lento movimento orizzontale della cinepresa, da sinistra verso destra, e viceversa, che va dalla porta d’ingresso alla finestra dell’ambiente, dove al centro della scena, vicino ad un armadio con specchio, si svolge un rituale (il rituale della vestizione del militare), e all’esterno si intravedono persone che passano casualmente (imprevisti voluti). Se a quei tempi, Nanni Moretti girava “Ecce Bombo”, per il Cinema ufficiale, il sottoscritto, realizzava questi corti, per una sua ricerca...nel pendolarismo tra Milano e Salerno...

16 - marzo - 2005
"La Bambola", 1976-77-fotografia colore e B/N, 70X100
"La Chiesa, la fontana,il Coltello", 1976, fotografie colore - 70x100 cm.

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"L'Aereo", 1977-dalla serie affetti 2 - Installazione fotografica e oggettuale - n. 7 fotocolor più aereo di carta, 18x24 cm.




"L'Aereo", 1977-dalla serie affetti 2 - Installazione fotografica e oggettuale - visione d'insieme - 
n. 7 fotocolor più aereo di carta, 18x24 cm. - dalla mostra alla Taide Spazio Per di Salerno, 1978

Work in progress - Anni 70 - dalla 1a serie "Affetti" - (in costruzione - under construction)



dalla 1a serie "Affetti"
Operazione Mnemonica Passiva:
"M.A.N.– Maschinenfabrik Augsburg - Nurnberg A. G. Werk Munchen", 1975/76
N. 2 Immagini di riproduzione fotografica B/N  su carta su supporto extrarigido
cm. 38x55



Remake in progress (1975/76 - 1999)
"M.A.N.– Maschinenfabrik Augsburg - Nurnberg A. G. Werk Munchen", 1975/76-99
N. 2 immagini a colori su plexiglas sagomato,
cm. 40x99, edizione di 3 + n. 1 p.d.a.

Mio padre fu fatto prigioniero dai tedeschi, durante la 2^ guerra mondiale, subito dopo la resa da parte dell’Italia. Fu trasferito in Germania, in un campo di concentramento nei pressi di Munchen. Ritornò in Italia, nel 1945, raggiungendo il paese con mezzi di fortuna, ma camminando soprattutto a piedi, per congiungersi a tutta la famiglia, a mio nonno (suo padre), mia madre e ai miei fratelli, sopravvissuti ai bombardamenti americani, tranne Michelino, il secondo, che morì per una forte bronchite, nel 1944, all’età di 5 anni.
Mi raccontava mia madre, che mio padre arrivò a casa con i piedi che sanguinavano da tutte le parti e con una lunga barba incolta, che non riuscì quasi a riconoscerlo.

Quindici anni dopo, durante il periodo del boom economico, negli anni 60, ci fu un esodo dall’intero sud. Anche Campagna, la mia città, ebbe una sua grande fetta di emigrazione. Intere famiglie si recarono definitivamente al nord del paese, in Lombardia, stabilendosi soprattutto a Lissone. Molti capi famiglia invece emigrarono in Germania, Svizzera, Belgio, Francia, Inghilterra, e altri negli Stati Uniti, Australia, ecc. Mio padre non fu da meno, e guarda caso il destino (forse fu un suo desiderio di viaggio, di evasione oltre che di bisogno), si recò a Munchen, dove già erano presenti alcuni suoi conterranei, addirittura dello stesso quartiere di Zappino, che avevano trovato lavoro in una fabbrica dal nome teutonico “Maschinenfabrik Augsburg…”. Come cartellino di riconoscimento, l’ho sempre visto molto eloquente. Immagino come potesse essere l’altro, e cioè quello ai tempi in cui era stato deportato…

Così dopo esserci stato come prigioniero e “traditore”, ci ritornò come emigrante, forse per rivedere quegli stessi luoghi, dove aveva penato e pregato in quelle lunghe e interminabili giornate grigie e gelide, e dove le speranze si aggrappavano solo al forte istinto di conservazione, a quel desiderio di vivere per rivedere la propria famiglia, come tanti altri italiani fatti prigionieri traditi dall’Italia fascista e monarchica dei savoiardi, e alla comprensione di qualcuno  tra gli ufficiali  tedeschi, padre di famiglia, anch’essi traditi dalla Germania nazista e dalla follia di Hitler, sconfitti dalla Resistenza, dai russi, dagli alleati, dal nuovo corso della  storia.

18 - aprile - 2006

Operazione Mnemonica Passiva:
"La Pagella" (1), 1975/76
N. 4 immagini di riproduzione fotografica B/N - 30x40 cm. cadauna, su carta su supporto cartaceo extrarigido 70x100 cm., nella edizione di 1/3

Remake in progress (1975/76 - 1999)
"La Pagella" (1)
n. 2 immagini B/N su supporto variabile
cm.70x100, edizione di 1/3 + p.d.a.


Tale opera esposta al Palazzo della Permanente di Milano nel 1976, in occasione della mostra: "500 artisti per le fabbriche in lotta", molto pubblicizzata dagli organi di stampa specializzata, ma sopratutto da Flash Art, ha rappresentato il mio debutto milanese. 


Mi trovavo già da due anni a Milano. In questa collettiva e in questo mio lavoro riposi molte delle mie speranze per iniziare un rapporto con la città meneghina. Avevo 29 anni. Non avevo ancora girato i film in S/8 come "Il Sciumare” e “il Maiale”, "la Bambola" e altri, di cui alcuni di forte interesse anche antropologico, avevo solo realizzato in 8 mm. “Quando l’immagine non ti è chiara” e un film in 16 mm. B/N “Trebiano”, con Federico Bruno, proiettato al Cine Club di Brera (oggi introvabile). Ero scappato dal sud, nell’assenza delle istituzioni, da quel sud dove ero nato e sedi dei miei studi ma stereotipato: da Salerno; Napoli; Roma, ritenendole città turisticamente belle ma “non aperte” nei rapporti di lavoro, anche se nei comportamenti più in generali erano molto socializzanti. Ero giovane e cercavo un modo per confrontarmi, per non avere delusioni, per dibattere, nel campo artistico, e cercare di farmi considerare, ovviamente. Non ci sono riuscito in quegli anni. Forse il mio lavoro non era ritenuto “commerciabile”, era di difficile comprensione, con la sola presenza dei privati. Chissà? Eppure, gli amici artisti, grafici, poeti, intellettuali ed anche gente sconosciuta, con la passione dell’arte, che frequentavano l'ambiente artistico, tra la "Trattoria il 46" di Corso Garibaldi e il "Bar di Oreste" in Piazza Mirabello, nel quartiere di Brera, lo trovavano nuovo, originale, interessante, ironico...tenero, divertente, provocatorio. Si dialogava, si dibatteva, in questi posti, ci si divertiva e ci si incoraggiava a vicenda. Non capisco perché, in quella mostra non capitò a nessuno dei galleristi o dei critici milanesi, che indubbiamente la visitarono, di avvicinarsi a questo tipo di lavoro, anche per curiosità, essendo uno dei tanti giovani, nato non per scelta in un'Italia partitocratica e provinciale, sempre nell’assenza delle istituzioni, non solo al sud, ma (a quanto pare) anche al nord, che aspettava almeno di essere incoraggiato, vista l'abbondanza delle “opportunità" (sic!) che la nostra Bella Italia delle Istituzioni Pubbliche ha sempre creato per i giovani artisti, soprattutto in quegli anni. 


Forse 500 artisti erano tanti. Ma forse "era solo colpa dei giovani" come me, il non aver saputo cercare e trovare...(queste opportunità?), sempre e comunque, nell’assenza delle istituzioni e di una legge, ai tempi, che li incentivasse questi "maledetti giovani", eternamente mortificati e raggirati...

21 - marzo - 2005

Operazione Mnemonica Passiva:
"La Lettera" (1), 1975/76
n.2 immagini di riproduzione fotografica B/N 58x45 cm. su carta su supporto cartaceo extrarigido, cm. 70x100

Remake in progress (1975/76 -1999)
n. 1 immagine a colori su supporto variabile
cm. 70x100 edizione di1/3 + p.d.a.


In quello stesso anno del 1976, partecipai anche ad un'altra mostra, dal titolo "Arte per i Diritti Civili", voluta dal Partito Radicale e organizzata questa volta alla Galleria del Milione (nella vecchia sede storica di Via Bigli, una traversa di Via Manzoni). Mi ricordo che fu propagandata soprattutto  dalla rivista  Flash Art.

Anche questa volta mi aspettavo un minimo di attenzione da parte di qualcuno. Macchè. Lasciai il lavoro esposto in modo dignitoso, quando lo portai in galleria e lo consegnai ad uno dei collaboratori dello Spazio.
Ritornai per l'inaugurazione e lo trovai, con stupore, appoggiato per terra vicino alla finestra. Al suo posto, vidi un lavoro, non ricordo bene se di Aldo Mondino o se di Ugo Nespolo. Di sicuro era uno di questi due artisti, già all'epoca molto conosciuti. Con molta calma e ingenuità, chiesi il perché ad uno dei responsabili (forse del partito radicale...una persona intorno ai 55/60 anni). Mi rispose rimproverandomi, dicendo le testuali parole: "Voi giovani volete sempre i posti migliori". Io gli risposi, “indignato”, sempre con educazione e rispetto, difendendo la categoria e me stesso: "Il fatto è che tale lavoro si trova, adesso, nel posto peggiore". Non disse più nulla. Andai via, con molta educazione, lasciando il lavoro per terra e il giorno dopo, quando ritornai per ritirarlo, era sempre lì.

Devo dire però, che quella sistemazione da "usa e getta" (non per citare il caso di Marcel Duchamp con la sua Fontana esposta a New York nel 1917) nella serata dell'inaugurazione, attirò l'attenzione di altri giovani artisti, che frequentavano Brera (bar di Oreste) e Corso Garibaldi (Trattoria 49), e che personalmente conoscevo solo di vista, infatti, ne parlavano come di un qualcosa di inusuale e originale. Mi ricordo che, prima della mostra, lo portai ad incorniciare nel negozio di cornici di Etta, l'ex moglie di Fernando De Filippi, in Via Palermo, e piacque molto, sia a lui che a lei, ma anche ad altri amici come Roberto Comini, Antonio Faggiano, Giovanni Rubino e altri. Fu in quell'ambito che conobbi Fernando e Roberto e indirettamente Antonio Trotta e Hidetoshi Nagasawa, amici sia dell’uno che dell’altro e poi Antonio Paradiso,  Pino Spagnulo, a parte i miei coetanei come Cosimo Di Leo Ricatto, Franco Tripodi, Rosanna Veronesi, Giovanna Dal Magro, Pino Deodato, Antonio Miano, Antonio Sormani, Italo Bressan, Tommaso Patti, Pino Bua e altri.

E' un piccolo aneddoto che mi è rimasto impresso, che volentieri racconto.

22 - marzo - 2005



"La cresima",  1975-76 - n.5 immagini di riproduzione fotografica B/N e colore, 70x100 cm.

"La colonia estiva", 1975-76 -  riproduzione fotografica B/N e colore, 70x100 cm. 

"Gelsomino & Angelo", 1975/76 - n.2 immagini di riproduzione fotografica B/N e colore, 60x80 cm.
"La prima comunione di Gustavo e i Missionari", 1975-76 - n.2 immagini di riproduzione
 fotografica B/N e colore, 70x95 cm.

"Gli zii d'America 1", 1975-76 - riproduzione fotografica colore, 65x367cm
"Gli zii d'America 2", 1975-76 -  n.2 immagini di riproduzione fotografica B/N e colore, 70x95 cm.

"Quaderno n.6 pgg. 1-8 "- work in progress- 1975-76 -Fotografia colore su tela Rembrandt - 68x50 cm.

"Album n.1", 1975-76 - n.10 immagini colore di riproduzione fotografica
"Quaderno n. 8-La collezione", 1975-76 - n.6 immagini di riproduzione fotografica B/N e colore


"Quaderno n. 2", 1975-76 - n. 6 immagini colore di riproduzione fotografica, 52x100 cm.

"I bagni al fiumare"-19-7- 1936", 1975-76 n.2 immagini di riproduzione fotografica B/N e colore
"San Michele in Montenero", 1975-76 - n.6 immagini di riproduzione fotografica B/N e colore

"La 1a comunione", 1975-76 - n.2 immagini di riproduzione fotografica B/N e colore, 70x95 cm.
 "Mio nonno anarchico, bettoliere, ciabattino e musicante" dalla serie affetti 1-
remake-work in progress", 1975-2009, 
riproduzione fotografica su tela rembrandt, 70x220 cm.
"GIAC- Cristo Regni-Sempre"- dalla serie affetti 1- remake- work in progress, 1975-2009 - r
iproduzione fotografica su tela rembrandt, 75x170 cm.
 "La manipolazione "igienica" del compagno Antonino"- dalla serie affetti 1- remake-
work in progress, 1975-2009 - riproduzione fotografica su tela rembrandt, 70x270 cm.
"Ritratti - Autoritratto - Da Riviello a Riviello " - dalla serie Remake - Work in progress "Affetti 1" (1975-76-77) -  2010 - Fotografia digitale, 180x70 cm.
"Foto Troncone-Napoli",  dalla serie remake-Work in progress - affetti 1 (1975-76-77) -  2010- n.2 immagini di riproduzione fotografica B/N e colore, 94x100 cm.